giovedì 1 novembre 2018

Porta Capena - L'inizio dell'Appia


E' sabato 27 ottobre. Mancano pochi minuti alle 9.00. 
Il sole è appena velato dalle nubi, le strade sono ancora bagnate per la recente pioggerellina notturna. Riemergo dalle viscere della terra; sono nei pressi della fermata della metro di Circo Massimo. Il tempo di aspettare il semaforo ed eccomi di fronte al punto di partenza del mio pellegrinaggio laico lungo la via Appia antica. Il nuovo non dà bella prova di sé: i resti di Porta Capena, da dove aveva inizio la via Appia, sono in parte avvolti da erba, sterpaglie e rami di vicine piante e di fronte cartacce e pezzi di plastica fanno aumentare la sensazione di incuria; l'area è delimitata da una recinzione metallica. Ci si aspetterebbe ben altra valorizzazione, ma siano in Italia. 
Un po' di disappunto, ma poi si va oltre. E' tempo di partire!



Resti di Porta Capena, da dove aveva inizio l'antica Via Appia. Siamo di fronte al palazzo della Fao, a due passi dal Circo Massimo




La lastra che indica l'inizio della via



Via delle Terme di Caracalla

Ho appena lasciato Porta Capena. I primi passi del cammino mi portano lungo un percorso di terra battuta che costeggia Via delle Terme di Caracalla. In tanti stanno correndo, ed in fono li comprendo: auto quasi assenti, percorso in terra battuta, temperatura ideale, una convincente sensazione di pace. Come non correre? Quasi quasi mi verrebbe da fagli compagnia..







Ai lati del sentiero incontro qua e là vestigia antiche, come se fossero state gettate a terra. A volte sono raggruppate a 2,3, 4 e anche oltre, a volte si tratta di pezzi isolati. 







Completamente decontestualizzati, senza un minimo di indicazioni. Basterebbero 2-3 cartelloni. Ma dove sta la valorizzazione? Mi riesce difficile capire cosa dovessero essere. Fotografo e vado avanti.





 Sulla mia destra, tra gli alberi, si intravedono maestosi i resti delle Terme di Caracalla. Sarà per la prossima volta. Il mio monumento oggi si chiama "Regina Viarum




Intanto a due passi l'inizio della via Ardeatina


Lungo via di Porta S.Sebastiano

Le Terme di Caracalla sono alle spalle, inizio a percorrere la Via.
Non si chiama ancora Via Appia o, meglio, non si chiama più via Appia, ma per me è già Via Appia antica.

Non ci sono i basolati, ma un manto di sampietrini (lo scrivo così, nella forma assimilata); ci accontentiamo di quello che abbiamo. A sinistra si intravede una colonna. Segna l'inizio dell'antica Via Latina, sorella della Via Appia, che collegava Roma con la vallata interna del fiume Sacco, l'attuale provincia di Frosinone, mentre la via Appia, quasi parallela alla prima, si snodava per le terre pontine.



Zaino in spalla, procedo di buon passo. L'occhio attento scorge, qua e là, residui di Via incastonati nelle mura che oggi delimitano le proprietà, laddove un tempo dovevano esserci spazi aperti e sicuramente una larghezza maggiore. Mancano infatti gli ampi margini laterali che dovevano costituire i marciapiedi romani, mentre la carreggiata, ad occhio, oggi forse è più larga di quanto dovesse essere un tempo.



Alti muri continuano a proporsi alla vista, mentre di auto, almeno per adesso, neanche l'ombra.



E all'improvviso tornano alla mente vecchi ricordi degli studi universitari: il sepolcro degli Scipioni nel primo miglio della Via Appia. 
Soltanto famiglie davvero in vista potevano permettersi una tomba nei pressi dell'Urbe, all'inizio di quella che, allora, era la Via per eccellenza. Chi passava di lì non poteva non vedere, e la vista alimentava il ricordo e la fama, e la fama alimentava la gloria della famiglia e dei suoi esponenti più illustri, rendendola imperitura.




Ho potuto scattare la foto solo attraverso la recinzione. Il sito a quest'ora è ancora chiuso e per visitarlo è necessaria una prenotazione preventiva. Chi per caso vi giunga nei pressi a piedi e vorrebbe visitarlo, come me, può solo programmare la visita per un'altra occasione, senza dimenticare di prenotare. Mi aleggia intorno l'impressione che forse ci rendiamo le cose un po' difficili. 



Ma andiamo avanti, oggi la meta è un'altra. Un tratto del muro ha ceduto, l'area è stata delimitata, e le tavole mi salutano allegramente con una maschera non facilmente decifrabile di un anonimo writer




Le nuvole fanno di nuovo capolino e velano il sole. Lontano, verso il mare, appaiono anche più scure, ma andiamo avanti lo stesso. Della serie "o la va o la spacca!". Alle brutte c'è l'ombrello.
Lontano si intravede il profilo della Porta di S. Sebastiano...




...per strada qualche "relitto" romano...




... e nell'imminenza della Porta, sulla destra...





...il primo respiro autentico di Via Appia antica!


Porta San Sebastiano



Il cammino continua e davanti agli occhi si staglia la Porta di San Sebastiano. Ma prima si incontra l'arco di Druso. 
Il nome farebbe pensare ad un arco di trionfo, d'altronde siamo sulla via Appia antica. In realtà è l'arcata di un acquedotto posteriore a Druso, che quindi nulla ha a che fare col figlio adottivo di Augusto e fratello di Tiberio, morto nel 9 a.C.



La facciata posteriore, che in antico era rivolta a quanti giungevano a Roma percorrendo la via Appia, è impreziosita da due colonne. Il tutto è in immancabile travertino, che accompagnerà molte tappe di questo cammino



Proseguo sotto l'arcata di Porta S. Sebastiano, Porta Appia fino al 1400 circa, poi la presenza delle vicine catacombe e basilica di S.Sebastiano ha avuto la meglio. Tutt'intorno la scanalatura per la quale veniva calata la saracinesca... 



...mentre ai lati dell'apertura lo guardo si posa sui perni sui quali erano incardinati i battenti della grande porta d'accesso.




Sono appena passato, ed una scritta abbastanza visibile mi ricorda che gli spazi sovrastanti a questa porta ospitano il Museo delle Mura. Oggi la mia meta è un'altra, ma tornerò.


Mi allontano, di alcuni passi, e la camera riesce finalmente ad inquadrare i due torrioni che incorniciavano la porta, oltre i quali il circuito murario delle Mura Aureliane




Finalmente riesco ad inquadrare tutta la porta, veramente maestosa all'occhio, e il rombo delle auto impazienti di partire mi ricorda che siamo a Roma. Mi volto e do seguito al mio cammino

Finalmente l'inizio del rettilineo



Porta San Sebastiano è ormai alle spalle. Attraversato il semaforo, lo sguardo si posa su questa fontana con vasca che "recupera" l'antico



Due anonimi sposi, col volto in parte consumato dal tempo e, forse, dalla mano rude dell'uomo, guardano il passante. Non una scritta ci dice qualcosa su di loro, quasi mute sentinelle della principale porta di accesso all'antica Roma (punto ancora oggi alquanto trafficato) per chi veniva da sud 




Idealmente li saluto, e mi avvio verso il marciapiede, giusto in tempo per evitare l'idiota di turno, che per evitare le auto incolonnate al semaforo, ha pensato egregiamente di aggirare con la bici la fila di auto non sorpassando a sinistra, come i comuni mortali, ma passando sul marciapiede, quello che mi stavo apprestando a raggiungere. Spunta all'improvviso, passa e va avanti, senza frenare. Il mio civilmente incivile vaffa, dopo un comprensibile attimo di tentennamento per il rischio inatteso e scampato, è pronto ad uscire dalla chiostra dei miei denti, ma le pronte scuse dello sciagurato ciclista mi fanno desistere dal proposito villano.

Procedo e dopo un breve tratto un particolare attira la mia attenzione. L'originale è in Campidoglio; davanti a me una copia fedele, ma va benissimo così. Il primo (e quasi unico) cippo miliare del mio percorso sta lì a ricordare a chi, come me, ha lasciato Porta Capena che è appena trascorso un miglio, per la precisione 1482 m.





Ma è tempo di proseguire. Pochi metri (si fa per dire) e la strada è sormontata da due ponti, quello di Via Cilicia e, una manciata di metri dopo, quello della linea ferroviaria (la stazione Ostiense è vicina). Il primo ponte ha anche il compito in origine non preventivato di "proteggere" vestigia di epoca romana non meglio identificabili. La prossimità alla Via farebbe pensare a un edificio funerario, ma data la vicinanza dell'Urbe e di Porta Appia (San Sebastiano) non potrebbero escludersi altre destinazioni. 



Il sole è appena velato dalle nubi mentre un vento costante soffia da sud-est in direzione Roma centro, quindi esattamente all'opposto della mia direzione. Vuol dire che sicuramente non soffrirò il caldo. E così sarà, perché mi accompagnerà per quasi tutto il percorso. 

Mi affaccio da un cancello che dà sulla strada. Una costruzione relativamente moderna ha inglobato la struttura di una tomba monumentale o, meglio, la sua parte interna. Si notano, chiari, i grandi blocchi di travertino dalla forma squadrata, che a intervalli regolari scandiscono la superficie della parte antica. 
Di tutto quello che doveva essere il rivestimento non c'è traccia, così come manca qualsiasi evidenza dell'antico "proprietario" del monumento




Potrei dire "come sopra", nel senso che il nucleo di un monumento antico si affaccia sulla strada ed è stato inglobato da una struttura più recente. Si intravede qualche blocco bianco, mentre la distanza dalla carreggiata rende l'idea della profondità del marciapiede che affiancata la Via, oggi in questo tratto praticamente scomparso





Qualora avessimo dei dubbi, la cartellonista (anche se del cartellone ha solo l'aspetto) ci ricorda che siamo sulla Via. Ma manca ancora qualcosa. Manca ancora poco.





Seminascosto dalla vegetazione, il nucleo di una struttura antica, probabilmente un monumento funebre (la classica ipotesi per andare sul sicuro!) oggi valorizzato (quanto di proposito?) dalla presenza a circa un metro del cartello che indica la fermata dell'autobus. 
Passeggeri in discesa o pedoni in salita sono costretti a vedere questa traccia del mondo antico. Ben venga questa scelta, perché il percorso pedonale sicuro è dall'altro lato della strada, quello da cui ho scattato la foto, pertanto difficilmente i pedoni camminerebbero accanto a questi resti!




Un semplice esempio del riuso cui sono stati sottoposti i materiali della Via. In questo caso un basolo è stato impiegato nella realizzazione del muro fronte strada.




Quo Vadis Domine. La chiesetta è davanti ai miei occhi. In religioso silenzio entro, in religioso silenzio mi fermo per alcuni momenti al suo interno, facendo compagnia ad altri che, altrettanto silenti, erano già dentro, in religioso silenzio esco, e per rispettosa scelta decido di non fotografare neanche l'esterno. 

"Quo vadis, Domine?" chiese S. Pietro in fuga dalle persecuzioni a Gesù che, percorrendo la Via in senso opposto, si dirigeva nel cuore dell'Urbe. "Vado a morire di nuovo", pressappoco le sue parole. E lì S.Pietro capì e, voltatosi, si mise in marcia per andare ad abbracciare la sua croce.




Il Quo Vadis è alle spalle. E finalmente è iniziata quella che per me è davvero la Via Appia, il grandioso rettilineo.


"In principio fu l'idea, l'idea generò la linea e la linea si fece strada” (Paolo Rumiz)


Adesso che il grandioso rettilineo, che ad occhi chiusi mi porterebbe fino ad Anxur-Tarracina (Terracina), è davanti ai miei occhi, posso dire che l'Appia antica è davvero iniziata.
Ma bisogna procedere di buon passo, il tempo non è dalla mia parte




Anche al centro della carreggiata, tanto non passa nessuno. Roma sembra che stia ancora dormendo e l'atmosfera è davvero magica!

Il terzo miglio

Il Quo vadis è alle spalle, davanti a me c'è il rettilineo. Il tracciato è sempre in sampietrini, per i basoli purtroppo è ancora presto. Ai lati alti muri, che nascondono alla vista quanto c'è oltre, trasmettono un senso di oppressione sul passante e insistono su quello che doveva essere il marciapiede della Via, su entrambi i lati. Ma al di sopra del muro ogni tanto emerge qualcosa, emerge dal muro, ma anche dalle nebbie del passato, a ricordarci che qualcosa c'è stato, duemila anni fa o giù di lì. 
Ed ecco la parte interna, la struttura, il cuore di un monumento funebre, spolpato da quanti lo hanno trasformato in una cava di materiale, come accaduto, purtroppo a tanti, troppi monumenti, ben più gloriosi




Un basolo solitario spunta così, all'improvviso, lungo quello che oggi è il marciapiede sinistro...




...qualche passo e ne spunta un altro, ma siamo sul marciapiede opposto, di destra, quello idealmente rivolto verso il mare.




Nel muro di recinzione di una proprietà non meglio specificata spunta all'improvviso un elemento decorativo, che doveva far parte di un monumento, quasi sicuramente di natura sepolcrale.




Un po' di fortuna: tre blocchi allineati. Più che dei basoli superstiti, mi fanno pensare alla fila di blocchi che doveva delimitare la carreggiata dal marciapiede. Qui sono sopravvissuti e sono stati inglobati dal muro. Altrove sono stati letteralmente fagocitati.





Un altro monumento molto simile a quello precedente. E' il lungo destino della VIA, accogliere nel suo percorso le ultime memorie del passato.





Il rettilineo continua, continuano i lunghi muri.





Le catacombe di San Sebastiano. Per adesso non c'è ancora nessuno, fra non molto ci sarà un pullulare discreto di persone. Alla prossima, mi aspetta la VIA.






La giornata si è fatta finalmente ridente ma il vento continua a soffiare in direzione opposta al mio senso di marcia. Tutte le strade portano a Roma. Oggi anche il vento. 
I lunghi muri sono finalmente scomparsi. Lo spazio si fa ampio, si ha la sensazione di respirare aria vera, a pieni polmoni. Ai lati si aprono estere radure. La prima degna di attenzione è sulla sinistra.

Il complesso della Villa dell'imperatore Massenzio. In primo piano la tomba di Romolo (figlio di Massenzio, non è il mitico fondatore).




Tra la tomba e le altre strutture della Villa.





Alcune foto della Villa. Curiosità italiane. Il taglio dell'erba è stato fatto di recente, ma può capitare di trovare in un giorno come il 10 di maggio, nel pieno dello svolgersi delle visite di istruzione, l'erba alta in ampi spazi, tagliata solo nei tratti effettivamente percorsi dai visitatori. Stranezze italiane. Ma adesso ce la godiamo con l'erba bassa, ed è decisamente un'altra cosa.






Andiamo oltre. Adesso c'è la salita ad attendermi. Qui in foto la salita percorsa... ma è quasi finita. Alle mie spalle un punto in cui non si può non fermarsi.





Ed eccolo finalmente il Mausoleo di Cecilia Metella, al culmine di una salita impegnativa che nasconde nelle sue viscere una storia lontana della geologia del territorio